Diario di Viaggio

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  Appunti di Viaggio di una Sprovveduta 

 

Il primo viaggio in un paese straniero, nonostante i preparativi, lo studio, i piani e le strategie, sottintende l'incognita del nuovo che si assapora per la prima volta. Il gusto per la scoperta ha animato ogni piccolo passo di una turista italiana, per giunta meridionale sul suolo giapponese. Naturalmente il primo impatto è stato quello aereo, e piena di trepidazione e molte attese non mi sono resa conto di atterrare in realtà, su di un isola di spazzatura, rivestita in modo supertecnologico e avveniristico e la cui vista costa un biglietto extra di tasse aeroportuali, con il quale ti ringraziano per aver scelto Osaka.

Quello che ti sbattono in faccia appena arrivata è la super organizzazione, treni che ti portano direttamente al centro di Osaka, il che è normale, ma anche direttamente a Kyoto, la mia città ospite. Il rapporto con treni, metropolitane, autobus è sconvolgente per i nostri standard, movendomi di solito senza conoscere gli orari, non sono riuscita ad aspettare mai per più di 10 minuti, prima di partire per la mia destinazione. Sui marciapiedi delle stazioni sono indicati i punti esatti in cui si apriranno le porte dei treni e per i treni più veloci persino il numero della porta (per permettere di trovare subito la propria fila, secondo il numero del posto prenotato).

Alla precisione si accompagna la gentilezza, ormai congenita ai giapponesi, ti salutano e ti ringraziano persino quando sali sugli autobus, con una voce registrata che ti indica le prossime fermate e spesso ti suggerisce quella più conveniente per il posto che vuoi visitare. Le voci che ti seguono in città sono molte e anche inaspettate: oltre che sui bus, ti parlano anche sui treni, sulle metropolitane, ricordandoti, alle fermate di non dimenticare oggetti sul treno, una volta persino alla fermata dell'autobus sentii una voce che mi avvisava del ritardo dello stesso, e non era un altro giapponese che aspettava insieme a me.

Una delle difficoltà maggiori per i turisti è il non conoscere la lingua, ma in realtà, anche con il mio stentato giapponese, non è molto facile perdersi perché le indicazioni sono sempre puntuali e le frecce che ti indicano la via non scompaiono, quasi, mai lasciandoti nei guai, più precise degli stessi indigeni, a cui se chiedi non è detto che tu riceva risposte esaurienti.

Della bellezza dei posti non vale la pena il parlarne: nonostante che abbia passeggiato per la strada dei ciliegi in Febbraio, quando erano spogli, o che abbia visitato a Nara il giardino ispirato al Manyoshu, quando non si vedeva un fiore perché nevicava, la cura e la ricerca dei dettagli e delle costruzioni lasciano senza fiato. Un altro errore strategico, è stata la gita al lago Biwa: ad Hikone la neve ci ha sommerso, io e la mia compagna di avventure stavamo per rinunciare e fare dietro front, ma il coraggio intrepido di un gruppo di giapponesi di mezza età che stoicamente si avviava a visitare il castello medievale ha dato anche a noi il coraggio di incamminarci. Infatti il castello era notevole,. ma del lago ..nessuna vista!

La mia ignoranza maggiore, prima di arrivare in Giappone, riguardava il cibo, ed infatti i primi due giorni mi sembrava di fare degli spuntini con degli antipasti, solo che in realtà il primo piatto e spesso anche il secondo non c'era mai. Adesso mi spiego perché non vedevo in giro persone obese! In compenso il gusto di quasi tutto è buono. Persino le mie remore riguardo il pesce crudo non mi hanno impedito di apprezzarlo, anche se durante la prima cena nel sushi-ya il gestore mi ha fatto la ramanzina quando ha visto che avevo lasciato la testa del gambero senza mangiarla, e subito, dopo avermela gentilmente pulita, fra i sorrisi degli altri avventori, mi ha guardato divertito mentre la mangiavo, ripetendomi: "Non si fa!". Il piatto che ho apprezzato di più: gli udon, quello di meno gli inago (udite, udite: cavallette caramellate) ...una vera leccornia!

Ora mi sento un po' meno sprovveduta: se li conosci, li apprezzi e forse li ami questi giapponesi così lontani e forse anche loro ci amano, visto che il Made in Italy è effettivamente diffuso ed ammirato, come si può evidenziare anche nella scelta dei nomi dei locali che fanno spesso ricorso a parole italiane di dubbio significato: 'La' Fresco', 'Corte di Cassazione', 'Lotteria' etc.

Ciò mi offre lo spunto per una conclusione veritiera: una vincita alla lotteria, la mia, così ci potrò tornare!!

Chiara Spagnulo

 

 

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